Figli della tecnologia, di internet, della PSP e della Wii.
Figli di Facebook, del Nintendo DS e del digitale.
Gli adolescenti di oggi.
Sanno raggiungere
l’ottantesimo livello dell’ultimo Super Mario 3D in nove minuti netti e (con la stessa disinvoltura) entrare nel
sistema operativo della NASA. Però molti di loro non sanno fare un discorso
coerente che duri più di quattro secondi e che contenga più di cinque parole.
Tra le quali spesso c’è un congiuntivo travestito da condizionale.
“Dimmi cosa ti ricordi del Romanticismo.” chiedo io.
Insomma, mica gli ho chiesto una data o che. Cerco di
metterlo a suo agio, può partire da dove vuole e dirmi SOLO quello che si
ricorda. Penso invero di star facilitando la vita a chi mi sta di fronte. E poi
non abbiamo fatto chissà che in
letteratura, ma solo quello. Quindi non è di certo una domanda a sorpresa, no?
No, appunto.
“Prof, mi fa una domanda?”.
Eccola.
Fatidica, tremenda e inesorabile: la Madre di tutte le
domande.
“Ok…”, dico io che cerco sempre di andar loro incontro “Ti
faccio una domanda: mi parli del Romanticismo?”.
Quello strabuzza gli occhi. Mi offre un accenno di sorriso,
certamente per vedere se rispondo allo stesso modo e comunicargli così che sto
scherzando e che presto inizierò a fargli un’interrogazione strutturata,
durante la quale Foscolo e Leopardi
giocheranno a scacchi. O alla Wii.
Eccolo lì, davanti a me, un figlio del Multiple Choice, o
-se preferite- dei test a crocette. Dopo anni di cervello atrofizzato, durante
i quali gli era stato richiesto di mettere solo qualche X (anche a caso
eventualmente), arriva “una” che pretende che lui faccia un DISCORSO. Roba da
pazzi.
Ma cosa posso pretendere? Domandano l’amicizia cliccando un tasto, chiedono di fidanzarsi
con un SMS e rispondono a quel SMS con:
“Sì, tv tr tr tr b.”
E io (fessa) voglio
che mi facciano un DISCORSO sul Romanticismo. Forse, se glielo chiedo con un
SM,S ho più probabilità.
Ma non mi arrendo. Mi entusiasmo spiegando loro la politica
estera del Cavour e la spedizione dei Mille, la Destra storica e
l’imperialismo. Parlo di Patria e di Risorgimento. Vedo i loro occhi attenti…
sì, li conquisto.
“Prof, ma a che serve studiare la storia?” mi chiede uno di
quelli che non ho conquistato.
“A non commettere gli stessi errori del passato”, rispondo
io.
Ma che senso può avere questa risposta per ragazzine che, la
mattina, si svegliano 30 minuti prima per piastrarsi i capelli?
Poi, però, devo passare all’analisi del periodo. Come faccio
a convincerli che distinguere un’oggettiva da una soggettiva sarà loro utile
nella vita? Quando mai gli capiterà di incontrare qualcuno per strada che gli
chiederà spiegazioni sulla paratassi? Se è per questo, mai nessuno gli chiederà
di spiegargli il trasformismo del Depretis, ma la storia ha sempre un fascino
particolare. O forse lo ha solo per me.
E mentre scrivo alla lavagna alla velocità della luce perché
la campana dell’ultima ora sta per suonare, vedo un paio di ragazze che aprono
il diario e fissano con interesse qualcosa. Magari vogliono vedere l’orario
(che non si impara mai prima di Pasqua) e scoprire così quando sarà la prossima
emozionante lezione sul periodo
ipotetico. Devo averle davvero colpite. Avranno anche i capelli piastrati, ma
le ho colpite.
Un riflesso traditore, però, mi rivela che si stanno
guardando nello specchietto che hanno incollato internamente alla copertina del
loro diario, perché all’uscita ci sono i
fidanzati.
Sono bellissime le tredicenni di oggi, truccate e vestite
come diciottenni che stanno per entrare in discoteca. Unghie finte, tette
inaccettabili e -ovviamente- capelli piastrati.
“Prof, domani ci porta le verifiche?”, chiede uno.
“Forse stasera le correggo…”.
“Prof!”, mi chiede un’alunna che sembra pronta per un
cartellone pubblicitario “Ma non esce stasera?”
Rimango un attimo interdetta e penso che sì, merda, vorrei
proprio uscire e andare in giro a vedere vetrine, magari anche dal parrucchiere
a farmi piastrare i capelli, invece che stare sui vostri temi strampalati e
mangiarmi un barattolo di Nutella intero per affrontare quella sofferenza.
Figlie di Facebook ma anche di Uomini e donne, sempre
aggiornatissime su chi entra e esce dal Grande Fratello e super griffate. E io
che speravo di entusiasmarle con Cavour. Forse avrei avuto una chance se Cavour fosse stato vestito da D & G o Gucci.
E i tre fioccano.
Che faccio? Decido anche io di proporre un Multiple Chioce
affinché anche il più ignorante di loro possa prendere sei?
Studi autorevoli dimostrano che il più deficiente può aver
buone probabilità di prendere la sufficienza semplicemente indicando per ogni
risposta la stessa lettera, dalla prima alla ultima domanda. Quindi, se la
fidanzata si chiama Anna, sempre A, per esempio.
“Leggi l’esercizio che hai fatto a casa”, dico io.
“Sì, prof, ma sono sicura che è sbagliato…”, mette le mani
avanti uno con un’acconciatura che sembra opera del Maestrale. Un’onda rigida
che mette il mal di mare.
“Ma se sapevi che era sbagliato perché a casa non ti sei
preso la briga di rivederlo? E sputa quella gomma.” Dichiaro seria.
“Prof, non ho nessuna gomma”.
“Apri la bocca”, ordino.
Quello apre la bocca e davvero non c’è niente dentro. Sono
di fronte ad un simulatore di gomma da masticar,e a meno che non l’abbia
ingoiata e non lo escludo per niente.
Ho deciso, non cederò alla verifiche strutturate.
Avranno anche delle pettinature che sfidano la forza di
gravità, ma in quella testa ci dovrà pur essere una scintilla da qualche parte
e la troverò.
A settant’anni,
quando sarò alle soglie della pensione, costretta ad andare a scuola con la
badante, incapace d’intendere e volere (forse -però- coi capelli perfettamente piastrati), prenderò
in considerazione il Multiple Choice. Ma avrò le mie buone ragioni.