venerdì 14 ottobre 2011

Marco, ti devo parlare


-Marco, ti devo parlare.- mi dice Franca e la sua espressione non promette niente di buono.

Giuro, non ho mai capito perché certe persone, quando ti devono dire qualcosa di tremendo, sentono il bisogno di avvisarti.
 Franca è così, sta per piantarmi un pugnale nel cuore ma ci tiene a farmi sapere che è una persona gentile. Vorrebbe farmi credere che si preoccupa per me, che in fondo mi vuole bene, qualcosa del tipo: “Credimi, io non vorrei darti questo dolore, davvero, se dipendesse da me… ma non posso fare altrimenti!”.

E mentre lei si mette la coscienza  a posto io comincio a morire, dilaniandomi tra mille possibili nefaste notizie.
Aborro le morti lente, la sofferenza dialettica; sono invece per le cose drastiche e definitive. Franca, vuoi dirmi che la nostra storia è finita? Cazzo, dillo!
E mentre i secondi passano, i tuoi occhi non reggono i miei e si abbassano.

-Ti ascolto.- rispondo io.

Ecco, vedete come sono pragmatico? Mica sto a girarci intorno o a farmi prendere dal panico per qualcosa che ancora non so. Ti spiano la strada, cara Franca, ti offro il fianco affinché tu possa affondare la lama senza senso di colpa. Ti faccio credere che il tuo patetico tentativo d’indorarmi la pillola sta ottenendo il risultato sperato.

-Non so da dove cominciare…- tentenna lei.

E no, cazzo! Ti sto rendendo le cose facili, più di così potrei solo leggerti nel pensiero. Lo so che vorresti, ma mi dispiace: la lettura del pensiero non era prevista nel nostro rapporto. Muoviti a sputare quelle parole che chissà quante volte ti sei ripetuta prima di venire da me. Avrai anche fatto le prove allo specchio, immaginandoti davanti al sottoscritto e cercando il modo più elegante per dire che mi lasci, che mi molli, che magari hai già un altro.
Un altro. Sono mesi che lo sospetto. Chissà, se sei fortunata sarà uno che ti legge nel pensiero.

-Comincia da dove vuoi.- ribatto io.

Il panico nel tuo sguardo mi dice che sarà dura.
Lo so, è un po’ come il tema a piacere, non si sa mai cosa scrivere. La verità vi renderà liberi, ha detto qualcuno. Ecco, ti sto lasciando libera di dirmi la verità, d’iniziare da dove vuoi, che altro pretendi da me? Che dica quelle maledette parole al posto tuo? Scordatelo.

-Ecco… Vorrei che la prendessi nel modo migliore…

Dove la dovrei prendere?
Se mi tradisci da mesi (come sospetto) DILLO! Smettila di fingere un imbarazzo che di certo non provavi quando te la spassavi con quello, chiunque sia, che ti auguro proprio ti legga nel pensiero, perché queste conversazioni ammazzerebbero chiunque.

-Appena mi avrai detto tutto, saprai immediatamente come la prenderò.- rispondo calmo.

Io non leggo nel pensiero, ma per fortuna neanche tu. Perché in quel caso sapresti quali eleganti epiteti mi sovvengo alla mente al solo pensiero di te con un altro, tu con tutte quelle menate sulla fedeltà, sul “io e te” per sempre, ecc. ecc. Era meglio che stavi zitta allora, ma è meglio che ora ti muovi a parlare se no non rispondo di me.

-Allora… -riprende lei mesta.- hai presente il rag. Serra, quello del primo piano?

ALT.
Il rag. Serra? Quella specie di mocassino ambulante che ha l’espressività di un merluzzo essiccato? Credevo avessi gusti migliori, Franca. Sì, mi deludi. Ma è un particolare irrilevante, anche se essere mollati per uno così potrebbe compromettere il mio amor proprio e il mio pragmatismo.

-Sì, ho capito…-dichiaro.

No, in realtà non ho capito come cavolo possa esserti piaciuto uno così. E guai a te se osi tirarmi fuori menate tipo “non so neanche io come sia potuto accadere…”!

-Credimi, non so proprio come sia potuto accadere…-esordisce lei.

Cazzo.
Mi siete testimoni, questa donna se la sta cercando.
Il rag. Serra del primo piano, che avrà almeno 60 anni, con un’andatura da cammello, odore di naftalina e NON SAI PROPRIO COME SIA POTUTO ACCADERE?

-Prova.- rispondo io.

Se verrete a trovarmi niente giornali, cioccolato o arance. Per favore. Spero anche di essere in cella da solo.

-Allora… -prosegue Franca - Il rag. Serra aveva parcheggiato malissimo, giuro! Mi aveva lasciato uno spazio piccolissimo… eh, ma piccolo… Mi sembrava di farcela, davvero, se no non mi sarei mai sognata di tentare il parcheggio in retromarcia, per giunta in salita… e credimi, non so proprio come sia potuto accadere… la tua macchina… ecco… non credo sia un grosso danno… non so, non me ne intendo… ma la macchina del ragioniere…. quella sì…

Respiro lentamente, cercando di mantenere la calma. La mia BMW nuova, ritirata dieci giorni fa. La mia BMW e la mia ragazza. La mia ragazza che, sebbene abbia la sua macchina, oggi ha deciso di prendere la mia. La mia BMW nuova. Nuova di zecca. Ci sono voluti dieci anni di lavoro per potermela permettere. Ok, sempre meglio di una storia con Rag. Serra, ma parliamo della mia BMW. Erano almeno dieci anni che la desideravo una macchina così, me la sognavo di notte, cosa che non ho mai fatto per nessuna donna. Neanche Franca ho sognato come sognavo una macchina così.
Cerco il mio pragmatismo, ma non lo trovo. Penso alla mia BMW ritirata dieci giorni fa e alla mia ragazza, che vive con me da 9 giorni.
BMW batte ragazza 10 a 9.

Penso alla naftalina e al fatto che forse era meglio una storia col rag. Serra. Un giudice clemente avrebbe compreso il delitto d’onore. Sì, era meglio che Franca mi avesse tradito col rag. Serra.

 
-Franca, ti devo parlare.- e la mia espressione non promette niente di buono.







lunedì 15 agosto 2011

Io, l'erotismo e il perizoma






Bene, immagino che qualcuno di voi stia già ridendo. Diciamo che lo prenderò come un complimento.

Dunque, premetto col dirvi che -attualmente- io sto all’erotismo come una mutanda della nonna sta ad un perizoma. Inoltre Word mi ha sottolineato di rosso la parola “mutanda” e non la parola “perizoma” e questo è sospetto. Ma ci tornerò poi.

Ho detto “attualmente” perché intorno ai venti/trent’anni qualche perizoma l’ho comprato, così, tanto per averlo nel cassetto, perché non si sa mai. Ho anche provato a usarli, mi sono impegnata sul serio, ma volete mettere una comoda mutanda tradizionale (che neanche senti), con quello stretto di Gibilterra che s’infila tra le chiappe e che a ogni passo ti ricorda crudelmente di stare lì? Un’amica mi disse che è questione d’abitudine. Beh, non avevo nessuna intenzione di abituarmi a quell’arma letale, e poi perché? Così l’uomo, quando mi guarda il sedere, non vede il segno dell’elastico? Che se lo metta lui il perizoma, che poi il sedere glielo guardo io.

Dunque, le mutande, dicevo. Che poi a noi donne delle mutande degli uomini non è che c’importi molto, nel senso che, sì, magari ad alcune piace il boxer e ad altre lo slip, ma non è che scriviamo una tesi di laurea sull’argomento. Agli uomini (delle mutande delle donne) pare che invece importi parecchio e, tra l’altro, vorrei ricordarvi una cosa: il perizoma l’hanno inventato proprio gli uomini nell’antica Grecia. Solo che ad un certo punto, gli antichi si sono fatti furbi e hanno inventato le mutande da uomo, mentre la donna è retrocessa al perizoma, oppure sarà anche stata promossa, non so, ma questa non cambia lo stato delle cose.

Dunque, gli spartani continuavano a migliore la società, scartando gli individui che apparivano inutili e inventando le mutande da uomo, mentre la donna veniva convinta che è molto meglio quello che sta dietro di quello che sta davanti. Perché il perizoma è da dietro che dà il meglio di sé. È così assurdo volere che un uomo guardi prima i tuoi occhi invece che il tuo sedere? Cosa avrà di così straordinario un fondoschiena perfetto, tondo e sodo?
Ok, ok, mi è arrivata la risposta.

Senza generalizzare troppo, tornando a me, attualmente dell’erotismo non me ne importa un fico secco. Cioè, ho il mio erotismo e non ho bisogno di chissà che per stimolare la mia fantasia sessuale; il problema è l’erotismo del maschio, che invece ha bisogno di essere stimolato e ringalluzzito da un certo tipo di biancheria intima. Che poi quella biancheria, di intimo, non ha proprio un bel niente, perché non è fatta per il proprio intimo piacere, ma per quello altrui e dunque -a parer mio- l’intimità sta a quella biancheria come il ballo del Quaqua sta alla Lap dance.


Il fatto è che a me piace stare comoda e l’erotismo con la comodità non ha molto a che vedere. Vedasi il perizoma. Perché io sono una che dorme coi calzettoni perché ha sempre i piedi freddi, che usa pigiami che inorridirebbero un taglialegna del Kentuky; sono una che soffre di sinusite e spesso va a letto con un capellino di lana. Calato fino al naso.
Però non fatevi un’impressione sbagliata, ho ancora molte cartucce da sparare, nonostante i calzettoni e il capellino, è che mi piace la comodità, ecco.

Inoltre sono pigra e quando compro le mutande le compro in stock. Nere o bianche  e in cotone, al limite azzurre, ma niente fantasie accattivanti o tessuti scivolosi, semi trasparenti e sexy. La mutanda (parola perfetta, chechè ne dica Word) deve essere così: comoda e rassicurante, da lanciare nella lavatrice senza timore che si rovini e soprattutto che non s’infili là, dico. La mutanda dice tutto di te, la mutanda ti rappresenta. Senza mutanda non sei nessuno.

Mutatis mutandis, concludo dicendo che non esiste nessun maschio che possa convincermi dell’utilità sociale del perizoma e che, arrivata alla mia età, se deciderò di mettermi ancora quella specie di trappola tra le chiappe sarà per qualcosa di molto valido, tipo raccogliere fondi per un’associazione che costruisca un’astronave per contenere qualche miliardo di esseri viventi prima della fine del mondo.
 
Buona mutanda a tutti.

domenica 29 maggio 2011

Cuore di mamma

 



Il giorno in cui mio figlio, mentre lo sgridavo, ha cercato di spegnermi col telecomando della TV, ho capito che dovevo riprendere in mano la situazione.

Il fatto che abbia cinque anni non depone in mio favore. Perché non è vero che “bambini piccoli, piccoli problemi”. O forse sarà anche vero, ma non è per niente consolante, soprattutto quando cerchi di far capire ad un piccoletto ciò che deve fare, e lui, con le sopracciglia aggrottate e il dito indice puntato, ordina:” In cucina, mamma, prepara il pranzo!”.

Non è semplice accettare che un abitante della Terra di Mezzo ti zittisca, ma devi essere pronta anche a questo. Perché le madri DEVONO essere sul serio pronte a tutto, ma proprio  a tutto. Un po’ come per le leggi dello stato: non è ammessa l’ignoranza, e dunque non  puoi farti trovare impreparata.

Certo, è tutto vero quello che dicono della maternità: è una cosa meravigliosa. Ma a singhiozzo, non so se capite. I momenti fantastici sono intervallati da tanti altri momenti in cui vorresti citofonare a Dio e chiedergli: “Ma sei proprio certo di quello che hai fatto? Intendevi su serio affidare a me questa creatura?”

Certo che quando quel piccoletto ti abbraccia forte forte e ti dice che ti vuole un bene infinito, capisci che c’è sempre qualcuno che ne sa più di te. Oppure, quando ti dice: “Mamma, da grande ti vorrei sposare!”, e tu, col cuore colmo d’amore, rispondi: “Certo, amore, ma sai che non è possibile…”.
Lui ti guarda con condiscendenza, perché lo sa benissimo che non ti potrà sposare e ti risponde: “Lo so, mamma, perché quando sarò grande tu sarai morta”.

                                                               R.I.P.


                                                                         



domenica 15 maggio 2011

Tra un click e l'altro

                    


   Se tra un click e l’altro riesco anche a stendere il bucato e rifare i letti, vuol dire che sono un’incredibile casalinga oppure che è ora di cambiare il computer?
   Io SONO un’incredibile casalinga, però il punto è un altro: cambiare computer non è come cambiare fidanzato. Perché se decido di cambiare fidanzato, posso sempre giustificarmi che la magia di un tempo non c’è più, che le nostre strade hanno preso direzioni differenti. E, mentre all’inizio in nostri sguardi s’intrecciavano più appassionatamente di due liane della foresta pluviale, ora siamo lontani come il cactus e il baobab. Io sarei il cactus e il riferimento al baobab è puramente casuale.
   Ma cambiare il computer? Chi cambia un computer non lo fa  perché è sparita quella magia che c’era all’inizio del rapporto, ma perché qualcun altro ha deciso al posto suo. C’è quindi un disegno più grande, qualcosa d’ineluttabile, forse il tempo stesso o il naturale finire delle cose. Un po’ come l’evoluzione della specie e quindi potrebbe essere tutto un discorso darwiniano, qualcosa che non possiamo contrastare, come un 3 in storia o una multa per divieto di sosta.
   Oppure  qualche cretino dall’altra parte del mondo avrà deciso che solo dopo cinque anni il mio pc è un rottame, o ancora perché un altro cretino da questa parte del mondo, mi ha mandato un virus subdolamente travestito da amicizia su fb. Che poi è il momento in cui si è più vulnerabili, in cui crediamo che c’è qualcuno che vuole noi, proprio noi  e nessun’altro. E fanculo tutto, il nostro amor proprio, i nostri saldi principi e -impavidi- decidiamo una volta tanto di fare qualcosa di assurdo e fanculo tutto. Fanculo anche il computer, ovviamente, perché molli come lumache, dopo avere accettato quell’amicizia, scopriamo che sì, voleva noi, proprio noi.  Perché di fessi come noi è pieno il mondo.

   Dunque, dicevo, lo cambio o non lo cambio? Perché cambiare computer è come cambiare casa. Nessuno ti conosce meglio di lei e viceversa. Un computer ti rappresenta. Le tue cartelle sono perfettamente in ordine e trovi sempre quello che cerchi? Oppure hai miliardi di cartelle che giureresti di non aver creato tu e quando cerchi qualcosa desistiti dopo cinque minuti perché ti conosci fin troppo bene?
   Il fatto è che un giorno penso che sia arrivato il momento e il giorno dopo mi contraddico. Ecco, non sono affidabile neanche con me stessa.
   Un rumore tremendo nell’altra stanza, qualcosa che è caduto per terra, una sedia o mio figlio. Ah, se non ci fosse la forza di gravità! Aspettatemi, vado  e torno.
…
   Eccomi.
   Dunque, dicevo prima, c’è sempre un disegno più grande di noi.       Qualcosa d’ineluttabile, forse il tempo stesso o il naturale finire delle cose.
   Domani esco e lo cambio. Perché -prima o poi- tutto cade verso il basso, il sedere, le tette, la pancia, e anche i computer non si possono ribellare alla forza di gravità.

P.S. Ora sto scrivendo dal pc del mio fidanzato.

mercoledì 27 aprile 2011

Chi tace, acconsente. Oppure è morto.

Chi tace, acconsente. Oppure è morto.
L’unico modo per capire la differenza è tastargli il polso.
Una mia vecchia zia malata, arrivata all’età di 97 anni, decise che era arrivato il momento di scegliersi la foto da mettere sulla lapide. Me la mostrò soddisfatta.
-Ma non sei tu. Questa donna avrà sì e no cinquant’anni.
-Infatti sono io a cinquant’anni. Mio marito è morto a 60 anni e io mi sono comprata il loculo affianco. Non voglio che la gente, passando davanti, pensi che io sia la madre  invece della moglie.
Mia zia certamente non conosceva Facebook, ma il principio era lo stesso.
-Sei dunque sicura di volere questa foto?
Ma mia zia non rispose.
Chi tace acconsente. Oppure è morto. O entrambe le cose.




sabato 22 gennaio 2011

Dal parrucchiere

Vado dal parrucchiere con l’intento di apportare alla mia capigliatura cambiamenti tali da rendermi irriconoscibile ai miei cari.
Lo dico a Marco, il mio parrucchiere di fiducia. Ho voglia di un cambiamento, ho voglia di far rimanere a bocca aperta chi incontro, ho voglia di mandare un messaggio intimidatorio, e di farlo con un semplice e lento ondeggiare della mia chioma, come una novella  e pericolosa Medusa.

Marco è al settimo cielo.
Gli dico che mi metto assolutamente nelle sue mani, che faccia di me quello che ha sempre sognato, e cioè tagliare la mia lunga chioma.
Perché noi donne, quando vogliamo cambiare veramente, iniziamo dai capelli. In essi riponiamo tante aspettative, forse troppe. Sarà il ricordo ancestrale di quando l’uomo ci trascinava dentro la grotta, afferrandoci preistoricamente per i capelli? Non so,  ma è da lì che iniziamo la metamorfosi, la rivoluzione e l’emancipazione.

- Un nuovo look?- chiede Marco al settimo cielo, gnocco ma leggermente gay, nel quale ho riposto tutte le mie aspettative.
Come ho detto, non voglio semplicemente cambiare, voglio fare una rivoluzione, voglio stordire chi incontrerò. Voglio che al mio passaggio si levi un “Oooohhh” di meraviglia, voglio essere temeraria e azzardare qualcosa di trasgressivo. Voglio avere il coraggio di dare un taglio netto col passato e iniziare un nuovo futuro.

-Colore?- chiede Marco concentrato, osservandomi con aria seria e meditabonda, come se avesse avuto l’incarico di ridipingere la Cappella Sistina. Mi apre davanti tre cartelle con ciocche finte dei colori più improbabili.
-Colore?- chiedo, fantasticando, osservando le ciocche una ad una.

Osservo bene le cartelle.
Ho deciso: un rosso fuoco con ciocche fosforescenti carminio andrebbe benissimo!

Tranquilli. Non vedete che manca il trattino del discorso diretto?

-Non saprei… -rispondo nella realtà - che dici? Poco poco più chiaro? O poco poco più scuro?

Dal suo sguardo capisco che l’ho deluso. Lo so, ma forse non sono pronta. Cambiare colore non è solo “cambiare colore”, ma è cambiare umore, disposizione d’animo, atteggiamento nei confronti della vita.
Cambiare colore ti mette alla prova, ti fa quella fatidica domanda, e ti mette le spalle al muro. Cambiare colore vuol dire che sei pronta, al diavolo gli altri, al diavolo l’aria seria  e professionale al lavoro.

- Mi sa che riprendiamo giusto la radice… eh?- chiedo, con sguardo leggermente in colpa.
E’ certo: ho deluso Marco. Però anche lui l’ha fatto quando ho scoperto che era gay.

-Il taglio?- chiede, speranzoso di tirar fuori il suo set di forbici professionali.
 Mi propone tre possibilità: asimmetrico, carrè cortissimo, new look senza pietà.

- Beh, sai che ti dico?- dico con spavalderia-  Fai finta di tagliare, fammi sentire le forbici che lavorano ma tieni la lunghezza così com’é.

Ok, forse non sono pronta per il cambiamento. Il mondo dovrà aspettare.
Ero convinta che ce l’avrei fatta, ma mi sono contraddetta. D’altra parte è tipico dell’essere umano contraddirsi. Voglio dire, avete mai visto un cane che si contraddice?

Mentre Marco fa finta di lavorare, io m’immergo nella lettura degli ultimi numeri di Novella 2000, Eva 3000, Vip, Scoop, Visto, Donna Moderna, ecc.
Scopro così che Cher ha la pelle come una trentenne grazie al suo senso dell’umorismo. Chissà cosa ne pensa la Littizzetto. Chissà cosa ne pensano tutte le donne del mondo. Mi sa che qui  l’unico ad avere il senso dell’umorismo è il suo chirurgo plastico.

Marco s’inchina per recuperare qualche molletta. Anche se è gay ha un didietro da favola e sono fantastiche le sue mutande in fantasia: tante piccole mucche con in testa il cappello di babbo Natale.

Allontano a malincuore lo sguardo dalla sua biancheria intima e scopro che la figlia di Al Bano ha trovato la felicità, che c’è del tenero tra Alessandro Cecchi Paone e il modello Roger, che Monica Guerritore, nonostante l’età, ha ancora il coraggio di mettersi in topless.
Dulcis in fundo, Silvia Venturini Fendi dichiara di essere una ragazza come tutte le altre.

Marco sciacqua, taglia, asciuga e piastra. Perfetto, sono esattamente com’ero quando sono entrata. Gli ho lasciato 70 euro, ma sono contenta perché mio marito e i miei figli non dovranno chiedermi la parola d’ordine prima di entrare in casa.

C’è sempre tempo per qualcosa di drastico, per trovare la felicità, farsi una risata, far funzionare un rapporto ed essere come si è.




venerdì 10 dicembre 2010

Appuntamento al buio, romanzo.





 
Premessa




Mia madre è certa di sapere quale sia la donna che fa al caso mio. Purtroppo è altrettanto certa che io non sarò in grado di accorgermi di questa creatura, destinata a me dai tempi dei tempi, che mi passerà accanto, incrociando la sua esistenza con la mia.
Per questo motivo, oltre che per tutta un’altra infinita e opinabile serie di ragioni, crede che io abbia assolutamente bisogno del suo aiuto: nel momento in cui la donna predestinata mi passerà accanto, lei (mia madre) sarà lì, pronta ad aprirmi gli occhi. “Nel caso in cui tu fossi distratto!”, ha aggiunto. “Distratto da cosa?” ho chiesto, temendo la risposta. “Da qualche altra donna che ti dovesse far perdere la testa!”, ha risposto. Avrei voluto ribadire che la donna giusta poteva essere l’altra, quella per la quale avessi perso la testa, ma mi sono mancate le parole e ho fatto finta di essere distratto. 
Dall’età della ragione, mia madre non ha mancato occasione per ripetermi la sua teoria sulla necessità di procreare. Il futuro della razza umana, dal suo punto di vista, pareva riposto esclusivamente in me, diciottenne allampanato, quasi fossi l’ultimo maschio rimasto sul pianeta Terra.
 Nella sua materna lungimiranza, lei ha sempre sostenuto che ognuno di noi abbia, da qualche parte nel mondo, un’unica, perfetta e sincronizzata anima gemella che vorrebbe essere trovata da quell’unico altro, mischiato tra miliardi di altri, che potrà rendere felice solo lei. Dunque, in qualche remota parte del mondo (ma molto probabilmente nella mia stessa città) si troverebbe la mia lei, perfetta per me come nessun’altra e capace di rendermi felice, aldilà d’ogni mia immaginazione.
Ma mi chiedo: cosa intende esattamente mia madre con nessun’altra? Pensavo che il vero amore fosse una questione di affinità elettive, sincronia d’intenti e progettualità comuni, che si costruiscono giorno per giorno nel confronto e nel dialogo.
Ma se mia madre ha ragione, ho praticamente una probabilità su un miliardo di trovarla.  E questo, in ogni cultura conosciuta, civilizzata o no, pre o post-industriale che sia, si chiama in un solo modo. Culo.
Dunque, quale percentuale di successo può avere una spedizione di ricerca che parte già con tali presupposti? Ha avuto più probabilità di riuscita Neil Armstrong quando, nel ’69, seppe che per lui era arrivato il momento di abbandonare l’atmosfera terrestre. In quella capsula non più grande di un Uovo di Pasqua, mentre osservava il pianeta Terra che si allontanava sempre più, forse anche lui pensava che il successo di quella missione era solo una questione di culo? La sostanziale differenza tra me e lui è che io non devo fare i conti con le aspettative del mondo intero, ma solo con quelle di mia madre, fatto che non mi da il minimo sollievo. Inoltre, spero vivamente che il giorno in cui incontrerò la donna della mia vita, mia madre sia sufficientemente lontana e, nel caso in cui dovessi essere distratto, potrei avere pure i miei buoni motivi. L’idea di una Grande Madre che mi osserva, pronta ad indirizzare le mie pulsioni amorose, mi renderebbe felice quanto una valanga che viaggia a 80 Km l’ora e che mi vuole baciare.
A onor del vero, però, devo riconoscere che  ogni volta che le ho fatto conoscere la ragazza con cui uscivo è stata capace di predirmi con preoccupante esattezza la durata del rapporto. Dunque i casi sono due: o lei, nella sua materna preveggenza, sa veramente di che donna ho bisogno, oppure mi porta iella. In linea di massima, tendo a pendere leggermente per la tesi della preveggenza (che mi sembra più rassicurante della possibilità di una madre iettatrice) e, di conseguenza, sono felice come un tacchino americano alla vigilia del Giorno del Ringraziamento.

Agli occhi di mia madre niente è cambiato negli ultimi sei lustri, né nel mio aspetto fisico, né nei miei costrutti mentali e il particolare che io abbia ormai trent’anni e non quattro, è assolutamente di secondaria importanza. Per lei non c’è alcuna differenza tra me e mio nipote Luca, che ha davvero quattro anni, e probabilmente è per questo che  continua a regalarmi t-shirt con i personaggi della Walt Disney. Ma chi dovrebbe essere la mia compagna ideale? Paperina?
La sua premura nei miei confronti è rimasta invariata da quando la mia bici aveva tre ruote dietro e una davanti. E’ inutile che a tavola io dica di non avere fame, lei sa meglio di me se ho fame o no, allora come oggi. Che io abbia sei anni o trenta pare non conti molto, perché (oggi come allora) solo lei sa ragguagliarmi sui miei bisogni primari. Ricordo ancora quando mi diceva: “fai pipì, prima di uscire”, poco importava se non ne avevo voglia; “dormi che hai sonno”, quando più me lo diceva e meno ci riuscivo; o la variante ”dormi, che arriva l’uomo nero”, pensiero che mi teneva con gli occhi sbarrati nel buio per ore; e ancora “vestiti pesante, perché poi ti ammali”, così sudavo e mi ammalavo davvero. “Non correre, perché cadi!”, concludeva la serie. Io mi giravo per rassicurarla e inciampavo. 
Tornando ai rapporti di coppia, al giorno d’oggi non è semplice trovare l’anima gemella, l’atra metà della mela, l’altro cuore dentro una capanna. Forse perché la mela è diventata transgenica e la capanna, simbolo di sicurezza e progettualità familiare da sempre, è piena di ipoteche e tende piuttosto a rassomigliare a quella del porcellino pigro, precaria, instabile e tristemente spazzata via dal Lupo cattivo, che non a caso è single pure lui.
Mario, mio caro amico, che ha vissuto gli anni del liceo transumando dalla casa della madre a quella del padre e viceversa, non si pone il problema, perché a detta sua non c’è alcun problema. Lui, cinico fino al midollo, è convinto che il successo di un rapporto non stia in ciò che si cerca in una donna, ma in cosa la donna cerchi e, cioè, quel piccolo cerchio sormontato da qualche migliaio d’euro in bagliori carboniferi, che ogni donna (che lo ammetta o no, a parer suo) brama fortemente. Marilyn Monroe docet.
Se si vuol far funzionare un rapporto, dice lui, il gioco sta tutto nel far credere alla fortunata di turno (quindi fortuna per poco) che presto, molto presto, il suo anulare verrà dolcemente appesantito, amorevolmente avvolto dal suo più recondito desiderio, promessa di un amore sempiterno.  Peccato che Mario non conosca il significato di questa parola, sia nel senso letterale che in quello traslato. Dipenderà anche dal fatto che è figlio di genitori separati, ma sempiterno, per lui, è una parola straniera e un rapporto duraturo è una relazione che sopravvive al quinto appuntamento.




I





In una fresca serata d’inizio estate, mi dirigo verso la macchina che ho parcheggiato non lontano.  E’ un venerdì sera, la settimana lavorativa si è finalmente conclusa e non ho programmi per il resto della giornata, se non quello di intrattenere una platonica  liaison col divano del mio soggiorno. Pur non avendo una donna con la quale godermi un casalingo week-end, mi sento contento. E’ un brutto segno?
Mi soffermo ad osservare la variegata umanità che mi circonda, figlia sempre più della fretta e sempre meno disposta a fermarsi e pensare. Forse perché pensare comporta sempre un certo rischio o, forse, perché chi si attarda può dare l’impressione di non sapere ciò che vuole dalla vita.  
Mia madre, ogni volta che da ragazzo mi vedeva gironzolare per casa (fatto che accadeva di sovente), mi toccava la fronte e mi faceva un interrogatorio degno di Jessica Fletcher, chiamandomi il suo povero figlio. Mio padre, invece, mi guardava per un istante negli occhi, mi dava una pacca sulla spalla e mi allungava cinque mila lire. Sarò sempre grato a mio padre per la sua concretezza, nonché per quelle banconote che, oltre a farmi venire il buon umore, mi facevano sentire subito meno annoiato.
Quando tre anni fa comunicai che avevo preso la decisione di andare a vivere da solo, mia madre finse uno svenimento e pianse per due giorni. Continuava a chiedermi “Ma cosa ti ho fatto?”, e a niente servirono le mie rassicurazioni sul motivo del trasferimento, cioè un lavoro stabile e il desiderio di affrontare da solo i problemi dalla vita di tutti i giorni. Tralasciavo volutamente la motivazione principale, cioè quella di recidere un cordone ombelicale, che se a vent’anni può ancora farti piacere, a trenta ti opprime come una coperta di lana ad agosto. Comunque, lei la visse come un fallimento personale e quando mi trasferii non mi chiamò per un po’. Mio padre, che aveva appoggiato da subito la mia decisione, disse che successivamente al mio trasferimento aveva iniziato a dare a lui le responsabilità del mio “gesto avventato”. Mi chiamò dopo due giorni, che per lei era stato un tempo geologico, dicendomi che sicuramente stavo mangiando male e che mi avrebbe portato “qualcosina”. Arrivò dopo mezz’ora, con due borse frigo piene d’ogni sorta di pietanze, come se avessi dovuto resistere alla peggiore carestia degli ultimi mille anni. Il suo tentativo di mantenere un controllo almeno sul mio intestino (se non sulla mia intera esistenza) diventò per lei fondamentale. Si sentiva così ancora “utile a qualcosa”, mi disse. Da quel giorno, a cadenza periodica, mi rifornì d’ogni ben di Dio.
Durante la prima visita alla nuova casa fece un giro veloce, tirando su col naso ogni volta che entrava in un ambiente e nettandosi continuamente gli angoli degli occhi come se stesse partecipando alle esequie di un congiunto. Poi mi abbracciò disperata, quasi dovessi partire in missione di pace nel Medio Oriente, e mi lasciò senza una parola, ma solo con un mucchietto di fazzoletti usati sul tavolo. Dopo poche ore telefonò. Era al settimo cielo perché aveva visto un “graziosissimo” comodino fatto apposta per la mia stanza da letto.   

Mentre cerco di evitare con perizia il frutto di escrementi canini dalle forme e consistenze più varie, il cellulare mi avverte che qualcuno mi ha spedito un messaggio. Controllo con curiosità e vedo che si tratta di mia sorella Angela.
Il messaggio dice: “….. Dario, se puoi…. passa a casa…… è urgente……. devo parlarti subito…..”.
L’abuso dei puntini di sospensione, usati da molti per aumentare l’enfasi del pensiero, mi ha sempre fatto pensare ad un gregge di pecore passato da poco. Poco importa se, come riporta ogni grammatica italiana che si rispetti, i puntini di sospensione sono solo tre. Accade sempre che qualcuno, forse per sentimenti agro-pastorali, voglia convincersi che la matematica è un’opinione e che melius abundare quam deficere.
Il tono del messaggio ottiene lo scopo precipuo di preoccuparmi e far sparire il buon umore da fine settimana. Soprapensiero, interrompo il mio slalom (degno di un Alberto Tomba ai tempi d’oro) e, solo fortuitamente, evito all’ultimo secondo una mini-scultura futuristica, opera incompresa di un cane dalle dimensioni sicuramente superiori alla media.
 Angela non è il tipo che utilizza parole come “è urgente” o “devo parlarti subito”, se non esiste una più che valida ragione.
Rispondo al suo sms digitando “arrivo”, ma finisco per digitare “aprivo”, dovendo far attenzione a dove metto i piedi, perché non sono convinto che la fortuna s’incontri, così, per terra.
Mille pensieri si accavallano, alla ricerca di una spiegazione a quelle parole che, in mezzo ad una sfilza di palline di sterco di pecora, m’inducono a pensare che molto probabilmente sarà una faccenda di merda. Fondamentalmente io sono un ottimista, anche se talvolta alcuni segnali insignificanti mi fanno vedere il bicchiere mezzo vuoto e spesso con qualcosa che galleggia.
Raggiunta la mia auto, salgo e metto in moto. Per fortuna non sono troppo distante da casa sua e, con un tarlo fastidioso nel cervello percorro la Via Scano, raggiungendo la mia destinazione in poco più di cinque minuti. Vorrei fermarmi a comprare qualcosa per cena da Ramones, una rosticceria fantastica non lontano da qui, ma per ora devo soprassedere e dirigermi verso casa di Angela.
Parcheggio proprio davanti al portone del mega-condominio in cui vive mia sorella e in un baleno mi trovo davanti al citofono. Suono  e subito il portoncino si apre, senza che nessuno chieda “Chi è?”. E’ evidente che sono atteso.
Salgo di corsa due rampe di scale e trovo mia sorella sulla porta, sorridente. Beh, se sorride non deve essere niente di grave. Magari è una bella notizia e il bicchiere è mezzo pieno con niente che galleggia.
-Mamma te ne ha combinato un’altra…- mi dice seria, ma non troppo. - E questa volta ha superato se stessa.
-Merda.- esclamo e trovo così conferma alle mie prime supposizioni. Poi mi guardo intorno per paura che nei paraggi ci sia Luca, mio nipote, le cui tenere orecchie non dovrebbero ancora scoprire l’arte antica della sintesi.
- E’ in camera sua che gioca.- mi rasserena Angela, che capisce al volo il mio timore.
-Marta?- chiedo e allungo il collo, alla ricerca dell’ultima arrivata.
Mia sorella chiude la porta e m’indica una carrozzina nella penombra. - Nel mondo dei sogni.
-Beata lei. Filippo? 
-Assente giustificato.
Mi dirigo verso il divano e, invece di sedermi, mi sdraio bello lungo. Chiudo gli occhi e sospiro. Il buio mi rilassa e consente di concentrarmi con un basso consumo d’energia. Adoro tutti i luoghi bui, andare al cinema, guardare la tv a luci spente. Anche in bagno entro a luci spente e da ragazzi Angela mi chiamava Gugliemo Tell. Qualcosa centravo alla perfezione, ma non erano mele.
-Sono tutto orecchi. - dichiaro.
-Credimi, ho cercato in tutti i modi di dissuaderla, ma non c’è stato niente da fare…- tergiversa Angela.
-E…?
-E’ stato impossibile farle cambiare idea…
-Non mi piacciono le morti lente. Spara.
-Dunque, mamma… nostra madre…
-Sì, so chi è.
-Ti ha organizzato un appuntamento al buio!
Il buio mi piace, anche la penombra non è male. Le parole di mia sorella hanno però la stessa efficacia di un flash sparato senza preavviso, sento un cazzotto nello stomaco e la bocca improvvisamente asciutta. Mi metto a sedere e guardo Angela disorientato.
-Cosa?
-Mamma ti ha organizzato…-ricomincia lei.
-Era una domanda retorica… Non credo alle mie orecchie. Un appuntamento al buio? In che senso?
-Nell’unico senso possibile: ti ha organizzato un appuntamento con una sconosciuta, che pare sia la donna perfetta per te.
-E da quando in qua mia madre conosce Elisabetta Canalis?
-Non scherzare, guarda che dico sul serio.
Mi alzo e comincio a girare attorno al divano, lasciandomi ipnotizzare dagli arabeschi del tappeto persiano. Sono senza parole. Sono basito, allibito, sbigottito e sgomento. Fin’ora si era limitata ad illustrarmi il suo punto di vista sulla questione, ad elencarmi gli innumerevoli e indiscussi vantaggi della vita di coppia, ad elencarmi le motivazioni più disparate che avrebbero dovuto convincermi che due è meglio di uno e che quello che mancava nella mia casa era proprio un tocco femminile. Però mai aveva osato intromettersi fino a questo punto.
-Dai, siediti o mi consumi il tappeto…
-Dimmi che è uno scherzo. Adesso esce Filippo con una telecamera, vero? - chiedo speranzoso fissando mia sorella, che mi fissa a sua volta, con lo sguardo accondiscendente che si riserva ai malati di mente.
-E’ uno scherzo, vero?- ripeto ormai senza troppa speranza.
-No, non è uno scherzo. - Mi conferma e annuisce, anche se non so se lo fa perché è d’accordo con me oppure perché teme una mia reazione inconsulta e non vuole contraddirmi.
 Mi lascio andare di peso sul divano. Di nuovo il bicchiere mezzo vuoto, con qualcosa che galleggia, e stavolta è qualcosa di molto grosso.
-Senti, Dario, al posto tuo non darei troppo peso alla faccenda. Lo sai com’é fatta mamma, quando si mette in testa una cosa! Mi ha chiamato un’ora fa al settimo cielo… Pare sia la figlia di una sua carissima amica, che si è trasferita qui da poco. Non conosce nessuno e a lei è sembrata una buona idea.
Osservo mia sorella, perché qualcosa comincia a sfuggirmi in tutta questa situazione. Mi viene in mente uno di quei salotti muliebri  che mia madre frequenta, e dove, con lo stesso ritmo vorace, s’ingurgitano tramezzini e vite altrui.
-Magari non sarà così male, dopotutto. - conclude e mi poggia una mano sulla spalla.
Io guardo la mano, poi il suo volto. Il suo tono non mi convince per niente e mentre cerco di dare una risposta ai miei dubbi, noto la sua espressione, la stessa che da bambini aveva quando faceva ricadere su di me la responsabilità di qualcosa che aveva commesso lei. Senso di colpa. Improvvisamente il buio è squarciato dal lampo dell’intuizione.
-Tu sei d’accordo con mamma! Tu sei d’accordo con lei!
-Penso solo che tu non abbia niente da perdere…- dice osservandosi la vera d’oro nella mano sinistra e non osando sostenere il mio sguardo. - Chissà, potrebbe anche rivelarsi una piacevole occasione, una nuova esperienza…
Mi passo le mani tra i capelli e mi alzo. La guardo in cagnesco e, se potessi, le ringhierei contro.
-Non pensavo che l’avresti presa così male, sai?- mi dice turbata, guardandomi come se non mi riconoscesse.
Se fossi un cane ringhierei, se fossi un elefante barrirei e se fossi un leone ruggirei. Evidentemente però sono uno stronzo, perché  la strozzerei. Mi sento come se l’intero regno animale avesse espletato le sue funzioni corporali proprio sopra il sottoscritto, con tutto il posto che c’era a disposizione. 
-Comunque, ti ripeto, prendila come un’esperienza diversa…- incalza mia sorella.
-Diversa da cosa?
-Sai cosa intendo. Che io sappia, non stai frequentando nessuno e di conseguenza sei libero…
-Libero di uscire con chi voglio, non con chi vuole nostra madre!
-Dario, sai che ti voglio bene, ma ultimamente la tua vita sentimentale fa un po’ pena!- esclama, spazientita.
-Grazie! E se mi odiavi cosa facevi?
-Ma che ti costa?- domanda, quasi seccata.
Se continuo ad oppormi é capace di chiedermi se sono diventato gay. Dubbio che in passato ha sfiorato anche mia madre, seccata solo di aver perso del tempo pensando al target sbagliato.
-Ti va un gelato?- mi chiede, all’improvviso, cambiando prontamente discorso.-  Così chiamo Luca e lo mangiamo insieme. Magari ti schiarirà le idee e troverai un lato positivo…
-Non sapevo che la peste bubbonica avesse un lato positivo, e comunque per come sto ora preferirei un Whisky.
-Sai che non ci sono alcolici in casa.
-Allora vada per il gelato.
Non si è mai sentito di nessuno che abbia affogato le preoccupazioni nel gelato, ma mio cognato e mia sorella sono completamente astemi e quindi mi tocca rimandare l’annegamento. Angela si alza e sparisce nell’altra stanza, mentre sento che informa Luca della mia presenza.
Rimango solo, e pare che sia proprio questo che non va giù alle donne della mia famiglia. Certo, ultimamente e solo ultimamente, ammetto che la mia vita sentimentale non appaia particolarmente movimentata, ma è pur sempre la mia vita, e se c’è qualcuno che la deve trasformare in uno scatenato ballo di Sant’Antonio, quello dovrei essere io.

Non ho il tempo di ragionare oltre sulla questione, perché dopo un minuto arriva mio nipote con due cornetti gelati. Me ne porge uno, mentre la sua piccola lingua rosa sta già tormentando l’altro.
-Ciao zio, questo e per te.
Prendo il gelato e ce ne stiamo lì, in silenzio, ad assaporare i nostri coni. Stare con mio nipote mi fa sempre piacere, ma in questa assoluta calma e tranquillità, trovo il tutto estremamente catartico. Ogni tanto ci guardiamo, ma le parole sono di troppo mentre ognuno, con la sua tecnica, cerca di avere il sopravvento sulla crema bianca e fredda. Mangiare il gelato è una filosofia, più che un mero atto alimentare. C’è chi lo consuma lentamente, asportandone poco per volta, quasi a voler prolungare il più possibile quel piacere. C’è chi fa fuori il cono a morsi, masticando cialda, nocciole e crema assieme. E, infine, ci sono quelli che iniziano dal basso e aspirano, come vampiri, il molle contenuto, gettando via la cialda.
Io e mio nipote apparteniamo al primo gruppo, gli esteti della cremeria. Ci godiamo l’intero processo dall’inizio alla fine,    mettendo in azione il muscolo mobilissimo. Luca è solo un po’ più lento di me a causa della giovane età, ma la stoffa c’è e farà strada.
Dopo un tempo ragionevole, finalmente abbiamo avuto la meglio sul refrigerante interludio, ed è giunta l’ora delle parole.
-Come ti va?- chiedo io.
-Va.- risponde lui - E a te come va?
-Va.
Non v’è ombra di dubbio che noi uomini conosciamo l’arte suprema della sintesi, totalmente sconosciuta alle donne. Loro, infatti, avrebbero detto “Carissima! Come stai bene! E da un po’ che non ti vedo… Come vanno le cose?”, “Ah, mia cara! Sapessi… Ho avuto una giornata di quelle! Guarda: proprio da dimenticare! E tu cosa mi racconti? Ti trovo in forma, sai?”, “Grazie! Non mi posso lamentare, in effetti mi sento proprio bene in questo periodo, nonostante anch’io abbia i miei problemi…”, ecc.
Io e mio nipote ci capiamo con uno sguardo, proprio come accade con mio padre. Se un domani dovessi avere un figlio maschio, lo vorrei esattamente come lui.
-Non fidarti mai delle donne.- gli dico e subito mi pento. Forse, in un bambino di quattro anni, un’affermazione del genere potrebbe compromettere qualche equilibrio futuro.
Lui mi osserva attentamente, con gli occhi spalancati, attraverso due lenti incorniciate da una montatura azzurrina.
-Promettimi che quando sarai grande non permetterai a nessuna donna di programmarti l’esistenza. Madre, sorella o moglie che sia. Promettilo.
Dovevo concludere il mio pensiero. Lasciare il concetto a metà potrebbe essere più deleterio che aprire troppo presto una mente, e lui sembra proprio che ci stia riflettendo su, perbacco.
-Prometto.- risponde infine.
-Bene, sei un bravo ragazzo. O forse solo ben educato.

Ricordo come fosse ieri, quando vidi Luca per la prima volta. Non ho idea di cosa possa voler dire quando ti nasce un figlio, ma la nascita di mio nipote fu un fatto che mi coinvolse fin dal primo giorno. Arrivai in clinica con un orso di dimensioni esagerate che faticai non poco a trovare. Una corpulenta ostetrica mi bloccò all’ingresso del reparto maternità, con un palmo aperto, autoritaria e solerte come un vigile urbano.
-Quel coso non può entrare. - disse secca.  - Non poteva pensare a qualcosa di più piccolo?
Probabilmente avrei potuto, ma la gioia mi aveva ottenebrato il cervello.
-In effetti ero indeciso tra Teddy e una lattina di birra…
-Spiritoso!- mi zittì lei, che aveva nel frattempo poggiato le mani sui fianchi. - Lo può parcheggiare qui.
Mi indicò un angolo e l’espressione del suo volto non ammetteva repliche. Così, deposi con gentilezza il mio amico e gli strizzai l’occhio.
-Coraggio, Teddy. Se vuoi, per passare il tempo, puoi chiacchierare con la signorina. Magari trovate qualcosa in comune…
-Ho cose più importanti da fare che intrattenere i pupazzi!
Probabilmente anche Teddy avrebbe detto lo stesso. Ma quando mi allontanai nel corridoio, lo vidi imperturbabile e fui certo che non avrebbe sentito la manca della gentildonna.
Entrando nella stanza in cui stava mia sorella, vidi un gruppetto di familiari che si accalcavano attorno alla minuscola culla. Una faccina tonda e rossa, due braccine che si agitavano, due piedini imprigionati in calzine bianche.
-Cucci Cucci! Tesoruccio….
 -Pisillotto bello-bello! Bello, lui!
-Brrrr…. Ciciciiciicicii….. bello di zia, lui!- pizzicotti alle guance e gratatina ai piedini.
Cercai di accostarmi alla culla, ma la barriera umana di parenti me lo impedì. Neanche un capo di governo fu più inavvicinabile di mio nipote in quel momento.
-Pi-pi-pi-pi-pi!….mu-mu-mu-mu-mu!… Bello dello zio!
-E questi piedini grassi-grassi, di chi sono? Eh? Ma della zia!
La zia in questione aveva dei piedi che sembravano due zamponi.
-E il culetto bello? E’ dello zio, il culetto bello!
Osservo il fondoschiena di mio zio e considero il suo un pio desiderio.
-E il pisellino? Il pisellino bello? E’ della zia!
E no, la zia col pisellino, no! Ma non faccio in tempo a protestare, che Luca inaspettatamente rigurgita un po’ di latte. Mia sorella si fa largo e prende in braccio l’erede. So che rigurgitare è un incidente molto frequente nei bambini piccoli, spesso a causa della difficoltà che incontrano nel digerire il latte. Ma in quella precipua circostanza, ritenni che Luca ne avesse ben donde e che il vomito fosse stato causato dagli abominevoli commenti dei miei parenti, difficili anch’essi da digerire. Forse più del latte.  

Il rientro di mia sorella nella stanza interrompe il mio viaggio nel tempo. La piccola ha cominciato ad agitarsi nella culla.
-Sicuramente ha fame…
-Senti…Quand’è che sarebbe quest’appuntamento?- chiedo, ormai quasi sconfitto, accarezzando la morbida testolina castana accanto a me.
-Domani…- e senza darmi tempo di prendere fiato per imprecare, aggiunge- Guarda, è meglio così. Ti togli il dente malato e non ci pensi più.
-Beh, che dire? Se la metti così… Qualunque donna sarebbe lieta di essere paragonata ad un dente cariato. L’unica speranza che mi rimane, a questo punto, è una lunga anestesia.